Egregio signor Preside,
Autorità civili, militari, religiose,
gentili docenti e studenti,
presenti tutti,
benchè non sia la prima volta che io parli da questo palco, farlo oggi, in occasione di questa festa, ha per me un significato davvero molto intenso. Solo pochi minuti per rivolgere il mio saluto in particolare a studenti e docenti del Collegio.
Ho sempre cercato, per quanto mi è stato possibile, di porre in risalto l'importanza del ruolo che lo studente, a mio giudizio, dovrebbe ricoprire nella scuola, e credo che la chiave per valorizzarlo sia quella di comprendere la possibilità che ci viene data di formarci e di istruirci, dato che spesso la si considera quasi scontata. L'opportunità che oggi abbiamo di assaporare la cultura, ci consentirà sicuramente domani di affacciarci con dignità al mondo del lavoro, ricchi delle competenze culturali che abbiamo saputo e potuto assimilare.
Tuttavia questa nostra fortuna non può e non deve farci dimenticare i milioni di giovani messi al margine a causa del loro mancato accesso all'istruzione e alla nuove tecnologie. Dobbiamo sentirci investiti di una grande responsabilità: quella di mettere la nostra cultura e le nostre conoscenze a servizio dello sviluppo e di un mondo migliore, e credo che l'errore più grande che possiamo commettere sia quello di sentirci inutili in questa nuova, grande sfida.
Non posso, dopo aver vissuto questa esperienza in prima persona, non rivolgere il mio pensiero alla rappresentanza studentesca; l'esperienza che in questo settore ho potuto maturare qui mi ha fatto comprendere quanto sia importante la necessità di portare avanti, oltre alle iniziative pratiche legate alla nostra scuola, anche interessi comuni, in collaborazione con altri Istituti, in un orizzonte più ampio, in una comunione d'intenti. Non sembri a nessuno un'ipotesi lontana, anzi: con l'Europa ormai avviata, e i continui cambiamenti n corso nei più svariati ambiti, anche la Politica Studentesca si sta evolvendo, e gli studenti non troveranno il proprio ruolo se non cercandolo in un contesto più ampio rispetto a quello delle quattro mura della propria scuola: dobbíamo dunque sentirci parte dí un movimento píù grande, pur mantenendo all'intemo di esso la nostra autonomia e la nostra capacità critica.
La riforma del sistema scolastico italiano prevede, oltretutto, anche l'autonomia: si è iniziato quest'anno a sperimentarla nei singoli Istituti: che essa non sia l'occasione per accendere un mercato selvaggio che abbia come merce i ragazzi da educare, ma sia lo stimolo a fornire loro i mezzi e gli strumenti adeguati per saper essere se stessi e crescere con una forte personalità.
E non si può qui non richiamare il dovere innegabile che i docenti devono compiere: quello di considerare lo studente sì destinatario della proposta educativa, ma al contempo saperlo attore protagonista della sua realizzazione, della sua maturazione, della sua crescita. Un famoso pedagogista di inizio secolo ‑Makarenko‑, sosteneva che "educare un ragazzo vuol dire dargli il senso della prospettiva", insegnargli cioè a "sapersi orientare nelle vie del domani"; saper insegnare ad un ragazzo a guardare al futuro con fiducia e con volontà positiva, e a rifiutare di ridursi a semplice oggetto di globalizzazione ideologica.
Questa è la speranza che anch'io vivo in prima persona, quella di sentirsi protagonisti del mondo in cui viviamo, e agire di conseguenza senza pensare di dover subire passivamente le scelte di qualcun altro. Abbiamo, in quanto giovani e in quanto studenti, un grande onore ed un grande onere: quello di far sentire la nostra voce, per lottare, anche nel nostro piccolo, anche se siamo solo piccole gocce nel mare, perché oggi siamo qui sui banchi di scuola, ma domani saremo noi là fuori, nel mondo, a poter disporre della cultura, ed è per questo che spetta a noi dire il nostro “no!” ad un mondo in cui tanti, troppi non sono ai nostri livelli, ad un modo in cui 120 milioni di ragazzi sono esclusi dalla scuola, 130 milioni costretti a lavorare in schiavitù, diciamo "no!' ad un mondo in cui ogni 8 secondi un bambino è costretto a morire di fame. E' una sfida che dobbiamo raccogliere, di più: la dobbiamo vincere!
Maturiamo, in noi, la consapevolezza del fatto che i nostri tempi saranno sempre più aperti all'energia creativa di ogni singolo individuo, sapendo che ognuno di noi può contribuire al mutare degli eventi, che dal lavoro delle nostre mani e delle nostre menti potranno venire le risposte ai mali che affliggono il mondo, potrà venire la forza per combattere la miseria, l'ignoranza, l'ingiustizia, la violenza. Facciamolo, soprattutto, sapendo che in questa impresa non saremo soli, ma che troveremo altre ragazze ed altri ragazzi che pensano che questa sia la strada da percorrere. Saremo veri uomini e vere donne se saremo capaci di pensare, oltre a noi stessi, anche agli altri, e se sapremo guardare, oltre al presente, anche al futuro.
Grazie.
Fabio Paganini
Torna alla pagina degli archivi