Parla Yosh Amishav direttore della divisione comunicazione di Keren Hayesod, agenzia ebraica internazionale che raccoglie fondi per sostenere Israele
«Ad un passo dalla pace, ma nessuno può dire come finirà»
da l'Eco di Bergamo di domenica 19 marzo 2000
«Il Medio Oriente è a un passo dalla pace, ma chi può dire come finirà? La gente in questi Paesi vive seduta su un barile di esplosivo». Yosh Amishav non si sbilancia. Sogna un futuro di pace per il suo popolo, come molti altri in Israele, ma sa che la prudenza è d'obbligo. Viene da Gerusalemme. È direttore della divisione marketing e comunicazione di Keren Hayesod, un'agenzia ebraica internazionale che raccoglie fondi per sostenere lo Stato di Israele. Viaggia continuamente tra le comunità semite sparse in tutto il mondo. Nei giorni scorsi si è fermato a Bergamo, e ha incontrato insegnanti e studenti del collegio Vescovile Sant'Alessandro insieme ai rappresentanti della sezione cittadina dell'associazione culturale Italia e Israele «Ada Ascarelli Sereni».
Nelle sue parole, echi di dolore e di speranza: «Un popolo che non si mantiene unito sparisce, e da questo punto di vista il popolo d'Israele è stato messo più volte duramente alla prova nei secoli, dall'esilio in Egitto alla Shoah. Una storia che si può leggere attraverso le vicende personali di ognuno di noi: io ho parenti sepolti in Belgio e in Sudamerica. La famiglia di mia madre è originaria di Salonicco. I miei nonni sono stati uccisi in Polonia in un campo di concentramento durante la Seconda Guerra mondiale. E la mia non è una vicenda straordinaria».
L'identità del popolo d'Israele è rimasta viva grazie alla forza delle sue radici e grazie alle numerose associazioni che hanno mantenuto legami vivi tra persone disseminate da un capo all'altro del pianeta, dando nomi e volti ai ricordi. «Questo saldo senso di appartenenza spiega l'interesse con il quale gli ebrei di tutto il mondo seguono le tappe del processo di pace. E io credo che il cammino intrapreso sia inarrestabile». Allora come mai la pace non è stata ancora conclusa? «In Occidente una volta firmato un accordo, basta attendere che i termini previsti scadano perché le cose accadano. In Medioriente una trattativa può andare avanti senza fine perché qualcuno si è offeso. La percezione dell'onore è importantissima. Un altro motivo di ritardo è la questione palestinese, il problema dei profughi rimasti in Israele. Da entrambe le parti sono state dette verità parziali. Per noi è sempre stato difficile ammettere che siamo un po' colpevoli, ma ora qualcuno inizia a farlo. Fino a cinque anni fa sarebbe stato inaccettabile pubblicare scritti che contenessero un'ammissione di colpa, anche parziale. Oggi invece si può. Un passo molto importante». Sono stati molti i passi avanti fatti con altri Paesi arabi: «In passato sentivamo una forte ostilità del mondo arabo, che non accettava la presenza di una cultura e di uno stile di vita diversi su quello che considerava il suo territorio. Ora questa avversione non c'è più ed è cambiato tutto, anche per noi è più facile assumere un atteggiamento meno duro, non siamo costretti a difenderci ad ogni costo».
Una situazione che tuttavia non permette di abbandonarsi all'ottimismo: «È necessario andare avanti con cautela. La storia ci dice che basta poco a rendere il clima bollente e a tornare indietro: un'azione terroristica di troppo, un colpo di mano degli estremisti, che ci sono da entrambe le parti. Fu un ebreo ad assassinare Rabin. Per questo credo che arabi ed ebrei moderati debbano fare uno sforzo comune per tenere a bada le frange estreme dei movimenti, in modo che si possa arrivare davvero a un accordo duraturo».
Gerusalemme è ancora un campo minato: «È una città bellissima, ma è anche un luogo dove è difficile vivere. Ad ogni passo si ha la sensazione che possa esplodere tutto. Per Israele è la capitale oltre che la città santa. È il cuore della fede cattolica. Ha un ruolo importante anche per il mondo musulmano, anche se viene dopo La Mecca e Medina. È naturale che sia contesa, ma Israele non può rinunciare ad averla come capitale».
La convivenza tra le diverse religioni a volte crea qualche problema: «Israele come stato di diritto ha stabilito leggi di uguaglianza che valgono per tutti. Sulla carta e sul piano dei principi è tutto chiarissimo. Del resto il popolo ebraico ha avuto modo di imparare sulla propria pelle che cosa significa essere una minoranza in un Paese straniero, perciò cerca di trattare gli altri con il massimo rispetto, e a fare in modo che ognuno abbia la possibilità di vivere a modo proprio, senza limitazioni».
Sabrina Penteriani
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